Le analisi sulle diseguaglianze, fenomeno certamente reale nel mondo di oggi, o sono soltanto tecnocratiche (di semplicistica misurazione quantitativa) o si collocano sul piano dell''antagonismo, della divisione netta del mondo fra buoni e cattivi, amici e nemici, padroni e schiavi. Entrambi questi approcci sono lineari e, nel mondo a-polare di oggi, non sono solo insufficienti ma dannosi.
Ciò che manca è una lettura progettuale della storia, e con progettuale si intende politica. Mancano visioni politiche che ci permettano di superare la tentazione dei radicalismi superficiali per entrare nella condivisione profonda di ciò che siamo (dalla pancia, alla ragione, all'anima), nel vivo della nostra naturale incertezza non governata che diventa, con tutta evidenza, insicurezza, disagio e de-generazione.
Le diseguaglianze crescenti sono lo specchio di un mondo abbandonato al laissez-faire lineare, nel quale la vita è solo esistenza, prosa e non poesia. Certo, il "circo mediatico" aumenta la percezione delle difficoltà e accresce un sentimento di paura che, ci viene detto, va ricondotto all'imminenza del presente; al di là dei media, certamente responsabili nel non indurre alla riflessione, le difficoltà e la paura sono dati che appartengono alla nostra condizione.
In un mondo dominato dall'intangibile, molto spesso ci manca il pane. Il paradosso è duro da accettare ma è realistico e quotidiano e lo viviamo nella nostra carne, "ridotti" come siamo a essere presunti cittadini in presunte democrazie, zattere senza direzione strategica, senza visione politica (nostra e delle classi dirigenti).
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