Che il dato religioso sia facilmente strumentalizzabile non vi è dubbio. Ed è proprio quando manca un "progetto di civiltà" che si usa la religione come una bandiera o come un'arma; se manca un "progetto di civiltà" mancano una direzione strategica e la consapevolezza della nostra responsabilità personale e comune rispetto alla storia.
Gli intellettuali, quelli veri, dovrebbero concentrarsi sui contenuti della responsabilità e dovrebbero cominciare a dire che ogni atto compiuto dagli uomini è un atto esclusivamente umano. Usare dio come "garante" dei nostri atti significa, in realtà, nasconderci dietro la nostra convinzione di essere dio, tradendo il Dio dell'Amore e della Misericordia. E proprio quando ci nascondiamo dietro di noi (e non dentro di noi perché ci limitiamo a portare nella storia comune la nostra superficialità), assolutizzandoci, siamo profondamente miseri e irresponsabili.
Dal punto di vista geopolitico, senza il coraggio della nostra umanità, che comprende anche le nostre contraddizioni, continueremo a parlare di "guerre di religione" o di "scontro di civiltà", legittimando in tal modo gli autori delle minacce asimmetriche che non aspettano altro. C'è miseria nella nostra irresponsabilità che diventa miseria delle e nelle nostre parole che, proprio mentre invochiamo il dialogo e la pace, esprimono la realtà della separazione e della guerra.
domenica 7 agosto 2016
Il disagio della disperazione (Marco Emanuele)
Laddove la politica si specchia nel suo vuoto, come nel nostro mondo a-polare, è inevitabile che cresca il disagio della disperazione. Manca un pensiero visionario e complesso, manca un "progetto di civiltà".
Le nostre frontiere, irrealistiche rispetto al senso globale della storia ma molto realistiche come barriere culturali e fisiche di separazione, diventano i "non luoghi" della violenza, del rigetto, della in-differenza. Lungo le frontiere si cancella il dialogo come prospettiva strategica e si incarna la inevitabilità dello scontro in una violenza banale.
Invece che di frontiere dovremmo parlare di transizioni e di luoghi di transizione, dove passa e si ri-crea il progetto storico della umanità in cammino. E proprio le transizioni sono i luoghi naturali dei mondi-della-vita che evolvono, dove si forma la nostra identità meticcia, dinamica, dialogante. Parto da qui per descrivere l'anima del "progetto di civiltà", la relatività di ogni "io" che si fa "noi", che si ritrova profondamente soltanto nell' "uscita dal sé" come condizione per vincere l'individualismo esasperato ed esasperante che crea soltanto esclusione e degenerazione.
Le transizioni non sono governabili secondo la logica verticistica e dominante che conosciamo ma hanno bisogno di essere comprese e vissute, La sfida che abbiamo di fronte è di ritrovarci "transitori" noi stessi, di vivere nell'oltre, di condividere un "progetto di civiltà" la cui natura è "differentemente globale" in ogni persona umana.
Le nostre frontiere, irrealistiche rispetto al senso globale della storia ma molto realistiche come barriere culturali e fisiche di separazione, diventano i "non luoghi" della violenza, del rigetto, della in-differenza. Lungo le frontiere si cancella il dialogo come prospettiva strategica e si incarna la inevitabilità dello scontro in una violenza banale.
Invece che di frontiere dovremmo parlare di transizioni e di luoghi di transizione, dove passa e si ri-crea il progetto storico della umanità in cammino. E proprio le transizioni sono i luoghi naturali dei mondi-della-vita che evolvono, dove si forma la nostra identità meticcia, dinamica, dialogante. Parto da qui per descrivere l'anima del "progetto di civiltà", la relatività di ogni "io" che si fa "noi", che si ritrova profondamente soltanto nell' "uscita dal sé" come condizione per vincere l'individualismo esasperato ed esasperante che crea soltanto esclusione e degenerazione.
Le transizioni non sono governabili secondo la logica verticistica e dominante che conosciamo ma hanno bisogno di essere comprese e vissute, La sfida che abbiamo di fronte è di ritrovarci "transitori" noi stessi, di vivere nell'oltre, di condividere un "progetto di civiltà" la cui natura è "differentemente globale" in ogni persona umana.
Lupi solitari, problema globale (Marco Emanuele)
Ha dichiarato Alain Rodier, la Repubblica di oggi, a proposito degli stragisti solitari in Europa: E' dovuto all'imitazione frettolosa, alla repentina volontà di riprodurre le azioni violente avvenute negli ultimi mesi. Ed è proprio quest'approssimazione nell'azione a rappresentare un pesante rischio globale. E' la grande sfida da affrontare nel futuro.
E' una sfida che chiede un progetto strategico, di civiltà, e paradigmi innovativi. Dietro le parole di Rodier ci sono i mondi-della-vita che evolvono e che non possono essere conosciuti e affrontati (per la sconfitta o il controllo delle minacce asimmetriche) solo in termini di sicurezza e di intelligence. Siamo chiamati a una responsabilità al contempo personale e sistemica; c'è un problema di linguaggio (continuare a parlare di scontro fra civiltà non fa altro che alimentare il pericolo); c'è un problema di conoscenza (tutte le conoscenze devono porsi al servizio di un "progetto di civiltà", per sua natura transdisciplinare); c'è un problema politico, di una politica complessa (oggi completamente assente) che recuperi il concetto e la pratica di mediazione e che lavori a liberare le infinite differenze del progetto umano.
E poi sarebbe il caso di smetterla con l'utilizzo della parola "terrorismo"; qui siamo di fronte al disumano che trionfa su un umano (della giustizia e della libertà) spesso nascosto e dimenticato, all'imprevedibile che si fa reale, alla complessità non compresa che diventa realtà che ci travolge.
E poi, per concludere, attenzione alla parola "futuro". Si tratta di un "presente prossimo", dell'oltre che già ci percorre.
E' una sfida che chiede un progetto strategico, di civiltà, e paradigmi innovativi. Dietro le parole di Rodier ci sono i mondi-della-vita che evolvono e che non possono essere conosciuti e affrontati (per la sconfitta o il controllo delle minacce asimmetriche) solo in termini di sicurezza e di intelligence. Siamo chiamati a una responsabilità al contempo personale e sistemica; c'è un problema di linguaggio (continuare a parlare di scontro fra civiltà non fa altro che alimentare il pericolo); c'è un problema di conoscenza (tutte le conoscenze devono porsi al servizio di un "progetto di civiltà", per sua natura transdisciplinare); c'è un problema politico, di una politica complessa (oggi completamente assente) che recuperi il concetto e la pratica di mediazione e che lavori a liberare le infinite differenze del progetto umano.
E poi sarebbe il caso di smetterla con l'utilizzo della parola "terrorismo"; qui siamo di fronte al disumano che trionfa su un umano (della giustizia e della libertà) spesso nascosto e dimenticato, all'imprevedibile che si fa reale, alla complessità non compresa che diventa realtà che ci travolge.
E poi, per concludere, attenzione alla parola "futuro". Si tratta di un "presente prossimo", dell'oltre che già ci percorre.
Dio o dio ? (Marco Emanuele)
Carrère, sul Corriere della Sera di oggi, invita a non tornare a religioni di Stato. Sacra laicità, si direbbe, ed è giusto. Ma attenzione, vorrei notare, a intendere lo Stato come religione, come dio pagano che da strumento si fa fine. Attenzione ad assolutizzare gli strumenti, qualunque essi siano.
Ciò che vediamo in giro per il mondo è una evidente strumentalizzazione del dato religioso; chi uccide in nome di dio compie atti umani in nome di un "sé deificato" o come appartenente a un qualcosa di terreno che viene elevato a dio malato. Il Dio dell'Amore e della Misericordia, che ci crediamo o no, non c'entra con tutto questo.
Gli atti umani rispondono a responsabilità umane. Il tema è tutto qui e l'urgenza di un "progetto di civiltà" (e non di civilizzazione) risponde alla grande sfida in atto: quella tra umano e disumano, tra umanità e in-differenza.
Ciò che vediamo in giro per il mondo è una evidente strumentalizzazione del dato religioso; chi uccide in nome di dio compie atti umani in nome di un "sé deificato" o come appartenente a un qualcosa di terreno che viene elevato a dio malato. Il Dio dell'Amore e della Misericordia, che ci crediamo o no, non c'entra con tutto questo.
Gli atti umani rispondono a responsabilità umane. Il tema è tutto qui e l'urgenza di un "progetto di civiltà" (e non di civilizzazione) risponde alla grande sfida in atto: quella tra umano e disumano, tra umanità e in-differenza.
Non rassegniamoci a diventare una umanità di "lupi solitari" (Marco Emanuele)
L'ultimo drammatico fatto in Belgio conferma che le nostre vite sono in balia dell'imprevedibile; a forza di fare finta che esso non esista, l'imprevedibile ci mostra quanto sia reale, sconvolgendo la nostra quotidianità nei luoghi della nostra quotidianità. Il tema è che non possiamo stare tranquilli, che dobbiamo vivere sospesi, vittime di un pericolo potenziale che può presentarsi ovunque, senza preavviso.
In tutto questo, a poco può la spinta sulla sicurezza. Certo è necessario che i governi si impegnino e si coordinino ma è molto più importante che tutti noi appartenenti all'umanità, e ciascuno secondo le proprie caratteristiche e possibilità, ci impegniamo a immaginare e a condividere un "progetto di civiltà".
Qualcuno potrebbe dire che tale "progetto di civiltà" ha tempi troppo lunghi e che le minacce sono immediate; è vero ma abbiamo bisogno di lavorare sia sul livello del possibile, delle risposte sulla sicurezza nelle nostre città, che su quello della strategia, di visioni di convivenza. Dico questo sapendo che siamo immersi in un mondo a-polare e tecnocratico, nel vuoto politico, nella incapacità, anzitutto nostra, di vivere le differenze dell'umano come ricchezze. Ci vogliono paradigmi innovativi per relazioni internazionali che oggi sono ridotte a "reazioni"; il nostro spazio minimo è il mondo e, invece di guardare a esso, stiamo regredendo in un provincialismo deteriore, in un individualismo becero e dannoso. Non rassegniamoci a diventare una umanità di "lupi solitari".
In tutto questo, a poco può la spinta sulla sicurezza. Certo è necessario che i governi si impegnino e si coordinino ma è molto più importante che tutti noi appartenenti all'umanità, e ciascuno secondo le proprie caratteristiche e possibilità, ci impegniamo a immaginare e a condividere un "progetto di civiltà".
Qualcuno potrebbe dire che tale "progetto di civiltà" ha tempi troppo lunghi e che le minacce sono immediate; è vero ma abbiamo bisogno di lavorare sia sul livello del possibile, delle risposte sulla sicurezza nelle nostre città, che su quello della strategia, di visioni di convivenza. Dico questo sapendo che siamo immersi in un mondo a-polare e tecnocratico, nel vuoto politico, nella incapacità, anzitutto nostra, di vivere le differenze dell'umano come ricchezze. Ci vogliono paradigmi innovativi per relazioni internazionali che oggi sono ridotte a "reazioni"; il nostro spazio minimo è il mondo e, invece di guardare a esso, stiamo regredendo in un provincialismo deteriore, in un individualismo becero e dannoso. Non rassegniamoci a diventare una umanità di "lupi solitari".
L'Italia senza classi dirigenti (Marco Emanuele)
Il triste editoriale di Galli della Loggia sul Corriere della Sera di oggi, Quei notabili locali tra soldi e potere, è utile per ritornare sul tema dell'assenza di classi dirigenti (degne di questo nome) nel nostro Bel Paese.
Non per fare retorica, sottolineo che la vera retorica è nell'utilizzo dell'espressione "società civile", laddove quella si è rivelata profondamente incivile e incapace di fare sistema nel cambiamento. Certo, un tempo, i partiti (quelli veri) erano collettivi e formavano classi dirigenti in grado di avere visioni sistemiche. Certo, un tempo, il sistema Paese era formato da corpi intermedi funzionanti e capaci di dare sostanza alla democrazia rappresentativa dei pesi e dei contrappesi. Non era una Italia perfetta, ben lo sappiamo, ma era una Italia con un progetto, capace di fare "miracoli" terreni e frutto di visioni e di un lavoro condiviso e strategico.
L'Italia di oggi è un Paese diverso in un mondo radicalmente diverso. Ciò che manca sono la direzione e i contenuti della democrazia. Ciò che non manca sono la corruzione e il malaffare.
Dimenticavo, un'altra cosa manca: gli intellettuali servitori della verità della realtà. Abbondano, invece, i cosiddetti intellettuali servitori del principe di turno.
Non per fare retorica, sottolineo che la vera retorica è nell'utilizzo dell'espressione "società civile", laddove quella si è rivelata profondamente incivile e incapace di fare sistema nel cambiamento. Certo, un tempo, i partiti (quelli veri) erano collettivi e formavano classi dirigenti in grado di avere visioni sistemiche. Certo, un tempo, il sistema Paese era formato da corpi intermedi funzionanti e capaci di dare sostanza alla democrazia rappresentativa dei pesi e dei contrappesi. Non era una Italia perfetta, ben lo sappiamo, ma era una Italia con un progetto, capace di fare "miracoli" terreni e frutto di visioni e di un lavoro condiviso e strategico.
L'Italia di oggi è un Paese diverso in un mondo radicalmente diverso. Ciò che manca sono la direzione e i contenuti della democrazia. Ciò che non manca sono la corruzione e il malaffare.
Dimenticavo, un'altra cosa manca: gli intellettuali servitori della verità della realtà. Abbondano, invece, i cosiddetti intellettuali servitori del principe di turno.
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