La violenza totalitaria, senza nemici e banale, stravolge tutti i nostri paradigmi consolidati. Con dolore dobbiamo constatare che l'orrore ha preceduto la nostra volontà; perché l'orrore dimostra l'importanza dell'imprevedibile e il suo essere profondamente reale. La nostra volontà, invece, privilegia l'imminenza, la competizione, il risultato, la certezza. il voler comprendere, il voler misurare e il voler prevedere tutto a ogni costo.
L'orrore ha paradigmi chiari, ha bisogno del mondo a-polare, ha bisogno di poteri senza senso, ha bisogno del nostro bisogno di avere un nemico a tutti i costi. E, di fronte alla nostra ostinazione di una volontà immobile, banalmente ci assale e ci travolge. Purtroppo oggi non basta più stare vicini alle vittime; ciò che serve è una riconsiderazione strategica del mondo-che-siamo, senza infingimenti o ipocrisie e con la capacità/volontà di capire che la nostra sopravvivenza come umanità è legata al superamento dell'idea di "universali culturali" come non luoghi dell'irrealtà e alla valorizzazione degli "universali culturali" come luoghi della vita.
Dobbiamo disarmare la nostra volontà e ritrovarci flessibili. Solo così capiremo l'importanza del "progetto di civiltà" e la sua possibilità di farci uscire dallo stato primordiale nel quale siamo immersi.
martedì 26 luglio 2016
Ipocriti (Marco Emanuele)
Il pesante velo di ipocrisia che ci separa dalla realtà non ci fa vedere quanto siamo degenerati e degeneranti. Le risposte alla "violenza totalitaria 2016" sono ancorate al '900, dunque precarie e a-contestuali. La quotidianità ci mette di fronte a un potere de-materializzato e imprevedibile che ci sconvolge la vita, proprio nei luoghi in cui ci sentiamo più tranquilli, e a poteri ormai totalmente auto-referenziali che, a cominciare da quello politico, si stanno progressivamente svuotando di senso.
Noi "occidentali", troppo impegnati a sventolare la bandiera dello scontro di civiltà, non ci rendiamo conto che coloro che commettono atti mostruosi in nome di un dio malato stanno sventolando la stessa bandiera. In più, la nostra storia recente di "occidente" portatore del presunto bene ci sta crollando addosso; continuiamo a essere ipocriti, a far finta di non vedere, a non voler capire che la vita vive nelle informalità e nelle transizioni, nella complessità e nelle complessità della realtà e di ogni realtà.
Intanto, la violenza totalitaria entra anche nelle nostre chiese, uccide chi crede nel Dio di misericordia, tenta di cancellare l'amore dalla storia sostituendolo con una banale in-differenza.
Noi "occidentali", troppo impegnati a sventolare la bandiera dello scontro di civiltà, non ci rendiamo conto che coloro che commettono atti mostruosi in nome di un dio malato stanno sventolando la stessa bandiera. In più, la nostra storia recente di "occidente" portatore del presunto bene ci sta crollando addosso; continuiamo a essere ipocriti, a far finta di non vedere, a non voler capire che la vita vive nelle informalità e nelle transizioni, nella complessità e nelle complessità della realtà e di ogni realtà.
Intanto, la violenza totalitaria entra anche nelle nostre chiese, uccide chi crede nel Dio di misericordia, tenta di cancellare l'amore dalla storia sostituendolo con una banale in-differenza.
Tornare a vivere (Marco Emanuele)
Ogni giorno ha la sua pena. L'uccisione del sacerdote in Normandia, durante una funzione religiosa, distrugge ciò che noi consideravamo sacro. Ci sono dei limiti che pensavamo invalicabili, questioni di civiltà, mondi e momenti pressoché inviolabili; eppure non abbiamo più neppure tale certezza. La violenza totalitaria entra dovunque, anche nell'intimità di una chiesa, laddove si sta consumando il nostro incontro con l'assoluto che, così, diventa imminente.
Gli episodi a cui assistiamo quotidianamente non si limitano a farci paura ma ci dovrebbero far capire che "esistiamo" nel crollo di un sistema di valori e nel vuoto politico. A nulla valgono espressioni del tipo "combattiamo questa guerra", "rivendichiamo i nostri valori", "i nostri valori non sono negoziabili", ecc.: il problema è tornare a vivere, nelle meravigliose incertezza e imperfezione che ci caratterizzano, re-immaginando, insieme, i contenuti di una politica complessa e visionaria.
Intanto, fin da subito, è venuto il tempo di chiedere a chi, facente parte della "comunità internazionale", è colluso con questo sistema di morte di finirla con la realpolitik che privilegia gli interessi di parte alla vita.
Gli episodi a cui assistiamo quotidianamente non si limitano a farci paura ma ci dovrebbero far capire che "esistiamo" nel crollo di un sistema di valori e nel vuoto politico. A nulla valgono espressioni del tipo "combattiamo questa guerra", "rivendichiamo i nostri valori", "i nostri valori non sono negoziabili", ecc.: il problema è tornare a vivere, nelle meravigliose incertezza e imperfezione che ci caratterizzano, re-immaginando, insieme, i contenuti di una politica complessa e visionaria.
Intanto, fin da subito, è venuto il tempo di chiedere a chi, facente parte della "comunità internazionale", è colluso con questo sistema di morte di finirla con la realpolitik che privilegia gli interessi di parte alla vita.
Società civile e comunità internazionale (Marco Emanuele)
Quando non sappiamo più a chi rivolgerci, nel dominio della violenza totalitaria, invochiamo la "società civile" o la "comunità internazionale" come se fossero realtà della realtà. E' evidente che invochiamo il niente ma, dovendo giustificare la nostra incapacità di pensare e di condividere un "progetto di civiltà", non possiamo fare altro che ricorrere alla peggiore retorica.
Chiediamo alla "comunità internazionale" di condannare una violenza molto spesso frutto (oltre che di cause autoctone) di scelte scellerate dei presunti (e "occidentali") portatori del bene storico; e chiediamo alla "società civile" di generare l'antidoto alla violenza stessa. E se lo facciamo è perché presupponiamo che esista un luogo nel quale vengono custoditi i valori mentre non ci rendiamo conto che il nostro sistema di valori è in pressoché totale degenerazione e che occorre fare altre riflessioni, profonde e radicali, e ripensare una dignità politica per l'intera e unica umanità nel creato.
Siamo a uno snodo fondamentale per la storia dell'umanità; o proseguiamo verso il baratro o prendiamo consapevolezza del fatto di essere diventati "primitivi sviluppati" e rimettiamo al centro dei nostri pensieri e del nostro agire l'orizzonte ampio e profondo della condizione umana e della convivenza davvero libera e giusta.
Chiediamo alla "comunità internazionale" di condannare una violenza molto spesso frutto (oltre che di cause autoctone) di scelte scellerate dei presunti (e "occidentali") portatori del bene storico; e chiediamo alla "società civile" di generare l'antidoto alla violenza stessa. E se lo facciamo è perché presupponiamo che esista un luogo nel quale vengono custoditi i valori mentre non ci rendiamo conto che il nostro sistema di valori è in pressoché totale degenerazione e che occorre fare altre riflessioni, profonde e radicali, e ripensare una dignità politica per l'intera e unica umanità nel creato.
Siamo a uno snodo fondamentale per la storia dell'umanità; o proseguiamo verso il baratro o prendiamo consapevolezza del fatto di essere diventati "primitivi sviluppati" e rimettiamo al centro dei nostri pensieri e del nostro agire l'orizzonte ampio e profondo della condizione umana e della convivenza davvero libera e giusta.
lunedì 25 luglio 2016
La miseria degli istinti primordiali (Marco Emanuele)
Nella esasperazione della competizione, assente la cooperazione strategica e dominante il vuoto politico, hanno buon gioco gli istinti primordiali. La rappresentanza democratica, nel mondo a-polare, sembra passare dalla pancia dei sudditi piuttosto che dalla ragione dei cittadini; e questo fa delle nostre democrazie degli strumenti sempre più precari. In tale contesto, c'è qualcuno che pensa di spingere sull'acceleratore della democrazia diretta, dimenticando che essa prevede un alto livello di consapevolezza dei problemi storici (che non c'è) e strumentalizzandola per piccoli calcoli partitici (si veda l'esempio del referendum sulla Brexit).
Porre le ragioni della storia sul piano degli istinti è un atto di miseria. E' la fine della mediazione e la legittimazione del compromesso perenne, è la resa alla superficialità e alla separazione. Ci troviamo nella fase storica delle degenerazione del pensiero occidentale che, se ha fatto grande il mondo, oggi rischia di portarlo alla fine.
Non basta più richiamarci ai valori perché i valori soltanto declamati sono valori negati. Tutte le parole che appartengono al nostro "vocabolario positivo", libertà e giustizia prime fra tutte, rischiano di svuotarsi di senso e di dignità se non vengono calate nelle complessità (naturalmente contraddittorie) dei mondi-della-vita.
Il tema è molto serio. Dobbiamo passare dall' "ansia di civilizzazione" a un "progetto di civiltà" che, guardando all'umanità, si ritrovi nelle infinite differenze che compongono il mosaico umano nel creato. Nel "progetto di civiltà", non negando gli istinti che ci appartengono, dobbiamo ritrovare la mediazione dei rapporti di forza e la liberazione di ogni progetto umano nel progetto storico dell'intera e unica umanità: in una parola, abbiamo un grande bisogno di "politica complessa".
Porre le ragioni della storia sul piano degli istinti è un atto di miseria. E' la fine della mediazione e la legittimazione del compromesso perenne, è la resa alla superficialità e alla separazione. Ci troviamo nella fase storica delle degenerazione del pensiero occidentale che, se ha fatto grande il mondo, oggi rischia di portarlo alla fine.
Non basta più richiamarci ai valori perché i valori soltanto declamati sono valori negati. Tutte le parole che appartengono al nostro "vocabolario positivo", libertà e giustizia prime fra tutte, rischiano di svuotarsi di senso e di dignità se non vengono calate nelle complessità (naturalmente contraddittorie) dei mondi-della-vita.
Il tema è molto serio. Dobbiamo passare dall' "ansia di civilizzazione" a un "progetto di civiltà" che, guardando all'umanità, si ritrovi nelle infinite differenze che compongono il mosaico umano nel creato. Nel "progetto di civiltà", non negando gli istinti che ci appartengono, dobbiamo ritrovare la mediazione dei rapporti di forza e la liberazione di ogni progetto umano nel progetto storico dell'intera e unica umanità: in una parola, abbiamo un grande bisogno di "politica complessa".
domenica 24 luglio 2016
Prove di visione storica - Totalitarismo tecnocratico (Marco Emanuele)
Appadurai, ne La Lettura (Corriere della Sera) del 24 luglio 2016, sostene che "l'unica condizione universale degli esseri umani è la loro diversità culturale". Parole sacrosante, che ci pongono ancora una volta nella urgenza della mediazione delle differenze, e dei conseguenti rapporti di forza, e della liberazione del progetto umano e di ogni progetto umano. Non può essere, infatti, che alcun fenomeno umano omologhi ciò che è differente; è nel globale come integrazione di infiniti particolari, da comprendere, che si gioca il nostro futuro già presente. E il globale non può più essere governato attraverso gli strumenti di una politica ferma al '900; sempre di più vi è la necessità di uscire dalla logica del governo verticale dei fenomeni storici per privilegiare forme di auto-organizzazione che consentano mediazioni autoctone e liberazione dei contesti locali nei contesti locali e, attraverso sistemi regionali, a livello globale. E' finito il tempo del governo dall'alto anche perché, esaurita la politica novecentesca e mancando una prospettiva di politica complessa, tale governo assume i contorni di un totalitarismo tecnocratico.
Prove di visione storica - Senza mediazione non c'è liberazione (Marco Emanuele)
Senza mediazione non può avvenire la liberazione del progetto umano nel bene comune. Il che significa, come accade, che ciò che pensiamo sia la liberazione di noi attraverso il compromesso nella competizione altro non è che sopraffazione e dominio.
La liberazione è libertà intesa come catena di senso, come valanga positiva del sé che diventa noi in ogni altro di sé; il sé che si libera - liberando considera l'altro come l'altra parte di sé, come una condizione e una ricchezza indispensabili per il suo liberarsi.
Tale processo di liberazione è tutt'altro che scontato; al di là delle buone intenzioni, la liberazione come processo necessario per la costruzione di una convivenza libera e giusta fa i conti con le differenze che, naturalmente, nel conoscersi esprimono la naturale e reciproca diffidenza della non conoscenza. Per questa ragione, la liberazione va accompagnata e sostenuta dalla mediazione, utile a porre il confronto fra differenze lungo la strada positiva dell'incontro e del dialogo e non su quella, più facile ma ben più dannosa e tipica del compromesso, dello scontro.
La mediazione comporta la "relativizzazione" del sé, il progressivo "disarmo competitivo" che ci fa davvero essere "noi" e non presunti "universali" portatori di una verità immediata e indiscutibile, malata.
Stiamo parlando di visioni storiche e politiche e abbiamo visto come la mediazione e la liberazione siano al centro di una politica degna di questo nome. Ripensare per rifondare e ritrovare la politica, ritrovandoci in essa, ci porta a considerare la politica in senso complesso, contemporaneamente:
- mediazione dei rapporti di forza e degli interessi particolari;
- liberazione della progettualità umana globalmente intesa (dell'umanità nel creato) e, in essa, di ogni progettualità
Abbiamo visto come il principio della mediazione e della liberazione, dunque della politica complessa, nasca dentro di noi come persone umane - soggetti storici. Ciò significa che la politica dipende in primo luogo e pressoché esclusivamente dalla nostra responsabilità e che siamo chiamati a ricomporre quel distacco che irresponsabilmente viviamo verso una politica che continuiamo a considerare come un qualcosa di altro da noi.
La liberazione è libertà intesa come catena di senso, come valanga positiva del sé che diventa noi in ogni altro di sé; il sé che si libera - liberando considera l'altro come l'altra parte di sé, come una condizione e una ricchezza indispensabili per il suo liberarsi.
Tale processo di liberazione è tutt'altro che scontato; al di là delle buone intenzioni, la liberazione come processo necessario per la costruzione di una convivenza libera e giusta fa i conti con le differenze che, naturalmente, nel conoscersi esprimono la naturale e reciproca diffidenza della non conoscenza. Per questa ragione, la liberazione va accompagnata e sostenuta dalla mediazione, utile a porre il confronto fra differenze lungo la strada positiva dell'incontro e del dialogo e non su quella, più facile ma ben più dannosa e tipica del compromesso, dello scontro.
La mediazione comporta la "relativizzazione" del sé, il progressivo "disarmo competitivo" che ci fa davvero essere "noi" e non presunti "universali" portatori di una verità immediata e indiscutibile, malata.
Stiamo parlando di visioni storiche e politiche e abbiamo visto come la mediazione e la liberazione siano al centro di una politica degna di questo nome. Ripensare per rifondare e ritrovare la politica, ritrovandoci in essa, ci porta a considerare la politica in senso complesso, contemporaneamente:
- mediazione dei rapporti di forza e degli interessi particolari;
- liberazione della progettualità umana globalmente intesa (dell'umanità nel creato) e, in essa, di ogni progettualità
Abbiamo visto come il principio della mediazione e della liberazione, dunque della politica complessa, nasca dentro di noi come persone umane - soggetti storici. Ciò significa che la politica dipende in primo luogo e pressoché esclusivamente dalla nostra responsabilità e che siamo chiamati a ricomporre quel distacco che irresponsabilmente viviamo verso una politica che continuiamo a considerare come un qualcosa di altro da noi.
Prove di visione storica - Cominciamo dalla parola mediazione (Marco Emanuele)
Cominciamo dalla parola mediazione.
L'importanza della mediazione parte dalla inevitabilità delle differenze che compongono il mosaico dell'umanità e che generano rapporti di forza e continue esigenze di comprensione, di composizione e di ricomposizione. Le differenze, e i rapporti di forza da esse generati, laddove non compresi e non governati, tendono a radicalizzarsi e a imporsi in una competizione esasperata, attraverso compromessi che stabiliscono, banalmente, chi deve vincere e chi deve soccombere. Eppure le differenze costituiscono l'evidenza della complessità della vita che non è solo in ciò che vediamo ma che è nella globalità dinamica di ciò che siamo.
Il compromesso si pone come l'atto finale del processo competitivo e non ha bisogno di politica perché risponde alla superficiale e semplicistica linearità dell'uno contro l'altro nella logica solo tattica e lineare dell'amico-nemico. Il compromesso risponde alla peggiore "non cultura del risultato", ne rappresenta la degenerazione, e chiama ciascuno di noi a "sacrificare" la complessità di ciò che è in ragione di una volontà di dominio dettata sia dal prevalere degli istinti primordiali che dalla cultura della necessità. Il compromesso fine a sé stesso non prevede visione ma si realizza nella imminenza del dover essere competitivo.
Compromesso, linearità, competizione appartengono costitutivamente al nostro essere "esseri umani" e, dunque, non sono eliminabili dalla nostra realtà personale. Ciò che occorre, invece, è ritrovare la complessità del noi come "persone umane", al contempo superficiali e profonde, materiali e immateriali, prevedibili e misteriose, reali e irreali. Mentre l' essere umano è soggetto "di sé" e "al sé", la persona umana è "soggetto storico".
Non sfugga la differenza: l' essere umano è a-politico, lineare, rassegnato alle esigenze della necessità, irresponsabile e in-differente mentre la persona umana è politica, complessa, aperta all'universo di libertà, creativa, responsabile e consapevole delle differenze.
Nella persona umana la volontà di competizione e di dominio è mediata dalla volontà di cooperazione; in tal senso, possiamo dire che il principio di mediazione nasce in noi, permettendoci di diventare liberi, e si sviluppa nella storia comune come possibilità di renderla sempre più libera e giusta.
La persona umana è, al contempo, cooperativa e competitiva, capace di relativizzare (senza sacrificare) le proprie esigenze di auto-determinazione e di auto-realizzazione in funzione del bene comune.
Nel mondo a-polare sembra mancare la voglia di condivisione strategica che, invece, è fondamentale per poter convivere. Tale condivisione non può che nascere dalla mediazione nelle profondità dei mondi-della-vita. E' in questo ambito di condivisione della e nella convivenza che possiamo ritornare a parlare di politica, restituendo all'attività umana più nobile il suo senso, la sua dignità, la sua nobiltà. La mediazione, in politica, è il primo passo verso la liberazione del progetto umano nel creato.
La mediazione è determinante per evitare che la necessità si radicalizzi nell'imminenza dell'eterno presente; infatti, la necessità non mediata e senza un orizzonte di liberazione personale e comune è una galera di non senso, di irrealtà come negazione del mondo-della-vita. La necessità radicalizzata è sotto i nostri occhi, ogni giorno.
L'importanza della mediazione parte dalla inevitabilità delle differenze che compongono il mosaico dell'umanità e che generano rapporti di forza e continue esigenze di comprensione, di composizione e di ricomposizione. Le differenze, e i rapporti di forza da esse generati, laddove non compresi e non governati, tendono a radicalizzarsi e a imporsi in una competizione esasperata, attraverso compromessi che stabiliscono, banalmente, chi deve vincere e chi deve soccombere. Eppure le differenze costituiscono l'evidenza della complessità della vita che non è solo in ciò che vediamo ma che è nella globalità dinamica di ciò che siamo.
Il compromesso si pone come l'atto finale del processo competitivo e non ha bisogno di politica perché risponde alla superficiale e semplicistica linearità dell'uno contro l'altro nella logica solo tattica e lineare dell'amico-nemico. Il compromesso risponde alla peggiore "non cultura del risultato", ne rappresenta la degenerazione, e chiama ciascuno di noi a "sacrificare" la complessità di ciò che è in ragione di una volontà di dominio dettata sia dal prevalere degli istinti primordiali che dalla cultura della necessità. Il compromesso fine a sé stesso non prevede visione ma si realizza nella imminenza del dover essere competitivo.
Compromesso, linearità, competizione appartengono costitutivamente al nostro essere "esseri umani" e, dunque, non sono eliminabili dalla nostra realtà personale. Ciò che occorre, invece, è ritrovare la complessità del noi come "persone umane", al contempo superficiali e profonde, materiali e immateriali, prevedibili e misteriose, reali e irreali. Mentre l' essere umano è soggetto "di sé" e "al sé", la persona umana è "soggetto storico".
Non sfugga la differenza: l' essere umano è a-politico, lineare, rassegnato alle esigenze della necessità, irresponsabile e in-differente mentre la persona umana è politica, complessa, aperta all'universo di libertà, creativa, responsabile e consapevole delle differenze.
Nella persona umana la volontà di competizione e di dominio è mediata dalla volontà di cooperazione; in tal senso, possiamo dire che il principio di mediazione nasce in noi, permettendoci di diventare liberi, e si sviluppa nella storia comune come possibilità di renderla sempre più libera e giusta.
La persona umana è, al contempo, cooperativa e competitiva, capace di relativizzare (senza sacrificare) le proprie esigenze di auto-determinazione e di auto-realizzazione in funzione del bene comune.
Nel mondo a-polare sembra mancare la voglia di condivisione strategica che, invece, è fondamentale per poter convivere. Tale condivisione non può che nascere dalla mediazione nelle profondità dei mondi-della-vita. E' in questo ambito di condivisione della e nella convivenza che possiamo ritornare a parlare di politica, restituendo all'attività umana più nobile il suo senso, la sua dignità, la sua nobiltà. La mediazione, in politica, è il primo passo verso la liberazione del progetto umano nel creato.
La mediazione è determinante per evitare che la necessità si radicalizzi nell'imminenza dell'eterno presente; infatti, la necessità non mediata e senza un orizzonte di liberazione personale e comune è una galera di non senso, di irrealtà come negazione del mondo-della-vita. La necessità radicalizzata è sotto i nostri occhi, ogni giorno.
Prove di visione storica - Viviamo un periodo storico straordinario (Marco Emanuele)
Viviamo un periodo storico straordinario, carico di grandi opportunità, di sfide epocali e di altrettanti rischi per la sopravvivenza dell'umanità e del pianeta.
Questa riflessione è l'inizio di un percorso di elaborazione strategica sulla necessità di ripensare i fondamentali paradigmi della convivenza umana nei mondi-che-cambiano; è un lavoro immenso e senza alcuna pretesa di esaustività, il lavoro di una vita, possibile soltanto se viene condiviso da quanti ritengono che l'umanità stia vivendo, oggi, il pericoloso paradosso di radicali e velocissime innovazioni accompagnate alla evidente degenerazione della condizione umana nel creato.
Sembriamo "primitivi sviluppati" e gli accadimenti nei quali siamo immersi confermano che il mondo appare sempre di più come un'arena competitiva nella quale domina il "laissez-faire" agli istinti primordiali. L'individualismo esasperato, la buona salute dell'idea totalitaria, il vuoto politico, e altri che vedremo, sono alcuni dei "segni dei tempi" che caratterizzano l'attuale fase storica. A questo si aggiunge una sorta di retorica dei valori non incarnati nelle complessità naturalmente contraddittorie dei processi storici vitali e, dunque, assolutizzati e totalizzati, negati in essenza.
Con questo lavoro si vuole introdurre un punto di vista realisticamente progettuale, politico, di visione del mondo.
In primo luogo, è centrale dare il senso di ciò che, per chi scrive, è politico. Con questa parola, anzitutto, si vuole indicare l'attività umana più nobile, quella che serve per uscire dalle trappole dell'imminenza nell'eterno presente. Il politico, infatti, si colloca contemporaneamente nell'ora e nell'oltre, nella realtà e oltre la stessa, nel mondo e oltre lo stesso. Nel politico ci sono il particolare e il globale, la libertà e la necessità, i rapporti di forza, gli avanzamenti e gli arresti storici; nel politico c'è la vita e, per questo, il politico è sempre complesso, contraddittorio e incerto e mai lineare e certo.
Nella naturale incertezza del politico, che è visione della vita e possibilità di una sua valorizzazione e organizzazione strategica, acquistano valore due parole che sono fondamentali nel processo di ripensamento per la rifondazione della politica: mediazione e liberazione.
Prima di entrare nel merito di queste parole, è importante focalizzare l'attenzione sul perché la politica vada ripensata per una sua rifondazione. Dopo il '900, e le sue tragedie, il pensiero politico non ha fatto un passo in avanti rispetto alle tradizioni consolidate. Mentre il mondo cambiava, e cambia, con una velocità e una radicalità impressionanti, il pensiero politico si fermava in una sorta di "resa" alla tecnocrazia, smarrendo ogni capacità/possibilità di governo dei fenomeni storici. E' così che, in tanti, oggi avvertiamo l'assenza di politica mentre non riusciamo a ritrovare, nella politica che conosciamo, l' "autorevolezza profonda" nella "vita che vive".
Ecco il distacco: sappiamo di volere altro da ciò che abbiamo ma non sappiamo ancora cosa. In questo vuoto e di questo vuoto l'umanità soffre, sopravvive e non vive, avvolta in uno sviluppo troppo spesso "dogmatico" e fondato su dati soltanto lineari, quantitativi, misurabili, prevedibili. Oggigiorno, in un mondo fattosi a-polare, l'a-simmetricità delle minacce e l'importanza crescente di tutto ciò che è informale e transitorio ci mettono di fronte all'imprevisto e all'intangibile che si fanno reale, che sconvolgono (in positivo o in negativo) la nostra quotidianità, la nostra normalità, le nostre certezze. Diventa sempre più importante, allora, ripensare per rifondare e per ritrovare la politica, ritrovandoci in essa e nella vita.
Questa riflessione è l'inizio di un percorso di elaborazione strategica sulla necessità di ripensare i fondamentali paradigmi della convivenza umana nei mondi-che-cambiano; è un lavoro immenso e senza alcuna pretesa di esaustività, il lavoro di una vita, possibile soltanto se viene condiviso da quanti ritengono che l'umanità stia vivendo, oggi, il pericoloso paradosso di radicali e velocissime innovazioni accompagnate alla evidente degenerazione della condizione umana nel creato.
Sembriamo "primitivi sviluppati" e gli accadimenti nei quali siamo immersi confermano che il mondo appare sempre di più come un'arena competitiva nella quale domina il "laissez-faire" agli istinti primordiali. L'individualismo esasperato, la buona salute dell'idea totalitaria, il vuoto politico, e altri che vedremo, sono alcuni dei "segni dei tempi" che caratterizzano l'attuale fase storica. A questo si aggiunge una sorta di retorica dei valori non incarnati nelle complessità naturalmente contraddittorie dei processi storici vitali e, dunque, assolutizzati e totalizzati, negati in essenza.
Con questo lavoro si vuole introdurre un punto di vista realisticamente progettuale, politico, di visione del mondo.
In primo luogo, è centrale dare il senso di ciò che, per chi scrive, è politico. Con questa parola, anzitutto, si vuole indicare l'attività umana più nobile, quella che serve per uscire dalle trappole dell'imminenza nell'eterno presente. Il politico, infatti, si colloca contemporaneamente nell'ora e nell'oltre, nella realtà e oltre la stessa, nel mondo e oltre lo stesso. Nel politico ci sono il particolare e il globale, la libertà e la necessità, i rapporti di forza, gli avanzamenti e gli arresti storici; nel politico c'è la vita e, per questo, il politico è sempre complesso, contraddittorio e incerto e mai lineare e certo.
Nella naturale incertezza del politico, che è visione della vita e possibilità di una sua valorizzazione e organizzazione strategica, acquistano valore due parole che sono fondamentali nel processo di ripensamento per la rifondazione della politica: mediazione e liberazione.
Prima di entrare nel merito di queste parole, è importante focalizzare l'attenzione sul perché la politica vada ripensata per una sua rifondazione. Dopo il '900, e le sue tragedie, il pensiero politico non ha fatto un passo in avanti rispetto alle tradizioni consolidate. Mentre il mondo cambiava, e cambia, con una velocità e una radicalità impressionanti, il pensiero politico si fermava in una sorta di "resa" alla tecnocrazia, smarrendo ogni capacità/possibilità di governo dei fenomeni storici. E' così che, in tanti, oggi avvertiamo l'assenza di politica mentre non riusciamo a ritrovare, nella politica che conosciamo, l' "autorevolezza profonda" nella "vita che vive".
Ecco il distacco: sappiamo di volere altro da ciò che abbiamo ma non sappiamo ancora cosa. In questo vuoto e di questo vuoto l'umanità soffre, sopravvive e non vive, avvolta in uno sviluppo troppo spesso "dogmatico" e fondato su dati soltanto lineari, quantitativi, misurabili, prevedibili. Oggigiorno, in un mondo fattosi a-polare, l'a-simmetricità delle minacce e l'importanza crescente di tutto ciò che è informale e transitorio ci mettono di fronte all'imprevisto e all'intangibile che si fanno reale, che sconvolgono (in positivo o in negativo) la nostra quotidianità, la nostra normalità, le nostre certezze. Diventa sempre più importante, allora, ripensare per rifondare e per ritrovare la politica, ritrovandoci in essa e nella vita.
giovedì 21 luglio 2016
venerdì 15 luglio 2016
Non è più il tempo dei valori soltanto declamati e dogmatizzati (Marco Emanuele)
Non è più il tempo dei valori soltanto declamati e dogmatizzati. E' il tempo, invece, dei valori contaminati e fecondati, immersi nelle complessità dei mondi-della-vita.
Utilizziamo i valori come certezze (e talvolta come armi), spiegando ai "barbari" un bene puro che nulla ha a che fare con il bene realistico, con la verità dinamica della realtà. Sia chiaro: il male e la violenza sono inaccettabili e da condannare sempre. A ben guardare, però, condannare non è più sufficiente, senza cercare di comprendere.
Siamo ancora immersi nel '900 peggiore e l'evidenza è nella violenza banale (che non si spiega con l'aggettivo brutale), senza nemici, totalitaria, di chi pensa che l'altro deve morire in ragione del suo essere differente da noi; siamo in-differenti perché non consideriamo e non valorizziamo le differenze che sono la ricchezza della condizione umana nel creato. In tale violenza, totalmente umana, Dio non c'entra ma, semmai, viene chiamato in causa attraverso la colpevole strumentalizzazione del dato di appartenenza religiosa.
Siamo immersi nella minaccia totalitaria e a-simmetrica, prigionieri del nostro pensiero lineare e separante che, oltre a non aiutarci a conoscere per comprendere la realtà, esaspera gli animi, aumenta le diseguaglianze e vorrebbe fare del mondo un perenne laboratorio im-mediato (nel senso di non mediato) di "esistenti" auto-referenziali, di esseri umani irresponsabili e in-differenti.
La prospettiva che abbiamo di fronte chiede un radicale cambio di passo, prima di tutto culturale. Dobbiamo liberarci, ritornando a mediare, ri-aggregando punti di vista differenti, nella transdisciplinarietà necessaria, nell'urgenza di condividere la profondità e la complessità dei processi storici vitali.
Utilizziamo i valori come certezze (e talvolta come armi), spiegando ai "barbari" un bene puro che nulla ha a che fare con il bene realistico, con la verità dinamica della realtà. Sia chiaro: il male e la violenza sono inaccettabili e da condannare sempre. A ben guardare, però, condannare non è più sufficiente, senza cercare di comprendere.
Siamo ancora immersi nel '900 peggiore e l'evidenza è nella violenza banale (che non si spiega con l'aggettivo brutale), senza nemici, totalitaria, di chi pensa che l'altro deve morire in ragione del suo essere differente da noi; siamo in-differenti perché non consideriamo e non valorizziamo le differenze che sono la ricchezza della condizione umana nel creato. In tale violenza, totalmente umana, Dio non c'entra ma, semmai, viene chiamato in causa attraverso la colpevole strumentalizzazione del dato di appartenenza religiosa.
Siamo immersi nella minaccia totalitaria e a-simmetrica, prigionieri del nostro pensiero lineare e separante che, oltre a non aiutarci a conoscere per comprendere la realtà, esaspera gli animi, aumenta le diseguaglianze e vorrebbe fare del mondo un perenne laboratorio im-mediato (nel senso di non mediato) di "esistenti" auto-referenziali, di esseri umani irresponsabili e in-differenti.
La prospettiva che abbiamo di fronte chiede un radicale cambio di passo, prima di tutto culturale. Dobbiamo liberarci, ritornando a mediare, ri-aggregando punti di vista differenti, nella transdisciplinarietà necessaria, nell'urgenza di condividere la profondità e la complessità dei processi storici vitali.
Film dell'irrealtà (Marco Emanuele)
Vincono gli istinti primordiali perché sono i primi a nostra disposizione quando non pensiamo, quando esistiamo da esseri umani - ingranaggi e non viviamo da persone umane - soggetti storici (liberi e responsabili).
Limitarsi a esistere significa cancellare la vita, il suo mistero, le sue contraddizioni. E' così che ci costruiamo un film dell'irrealtà nel quale ci illudiamo di custodire le nostre certezze e i nostri valori (roba da museo, da comunità internazionale, da summit globalizzati e ormai inutili, da società civile), la nostra idea di universali culturali che, di fatto, contribuiscono a cancellare gli universi culturali, cioè la vita vissuta (e non soltanto esistita) nei differenti contesti.
Qualcuno potrà risentirsi leggendo queste parole: ma come, si dirà, noi occidentali (abitanti dell'occidente come universale culturale ...), che abbiamo raggiunto un tale livello di sviluppo, dobbiamo rimettere in discussione tutto ciò che siamo ? La soluzione non è mai di buttare via il bambino con l'acqua sporca ma di renderci conto, una volta per sempre, che il mondo non si divide tra civilizzati e barbari ma che alle interconnessioni globalizzate che abbiamo creato servono visioni politiche adeguate ai tempi, che è ciò che oggi manca.
Limitarsi a esistere significa cancellare la vita, il suo mistero, le sue contraddizioni. E' così che ci costruiamo un film dell'irrealtà nel quale ci illudiamo di custodire le nostre certezze e i nostri valori (roba da museo, da comunità internazionale, da summit globalizzati e ormai inutili, da società civile), la nostra idea di universali culturali che, di fatto, contribuiscono a cancellare gli universi culturali, cioè la vita vissuta (e non soltanto esistita) nei differenti contesti.
Qualcuno potrà risentirsi leggendo queste parole: ma come, si dirà, noi occidentali (abitanti dell'occidente come universale culturale ...), che abbiamo raggiunto un tale livello di sviluppo, dobbiamo rimettere in discussione tutto ciò che siamo ? La soluzione non è mai di buttare via il bambino con l'acqua sporca ma di renderci conto, una volta per sempre, che il mondo non si divide tra civilizzati e barbari ma che alle interconnessioni globalizzate che abbiamo creato servono visioni politiche adeguate ai tempi, che è ciò che oggi manca.
giovedì 14 luglio 2016
Oltre i nostri riti - miti lineari (Marco Emanuele)
Il rito- mito lineare e certo del vedere - comprendere - decidere ha fatto il suo tempo. Nel mondo a-polare, percorso da sfide profondamente interconnesse e da minacce a-simmetriche, l'approccio alla realtà non può che essere globale e complesso; non più, dunque, soltanto vedere - comprendere - decidere ma anche, e soprattutto, osservare - apprendere/disapprendere/riapprendere per cercare di comprendere - decidere nell'incertezza.
Il tema è il mondo-che-è e il nostro approccio a esso deve tornare a essere realistico. Dobbiamo ripensare l'idea di decisione strategica alla luce di un fattore umano sempre più determinante nella sua incertezza, intangibilità, imprevedibilità. Detto questo, risulta chiaro che occorre, in primo luogo, ritrovare la dignità della mediazione, pensata e praticata come compromesso ma che, invece, è l'anima della convivenza umana e della democrazia - processo storico, oggi intesa come modello e addirittura esportata in maniera a-contestuale. In secondo luogo, è necessario ripensare radicalmente e strutturalmente l'architettura delle classi dirigenti;; sempre con riferimento alla democrazia, in particolare a quella rappresentativa, notiamo come l'erosione progressiva dei cosiddetti corpi intermedi (ad opera della "non cultura" tecnocratica e di poteri sempre più de-materializzati e auto-referenziali) non permetta ai popoli in democrazia di condividerne il senso (che solo così diventa con-senso) e di partecipare per l'esercizio non superficiale di una libertà come responsabilità.
Approccio complesso e globale, mediazione, partecipazione, libertà-responsabilità sono alcune delle parole-chiave necessarie per cercare di governare i processi storici nel terzo millennio. Dobbiamo sempre di più relativizzare le nostre certezze, contaminare i valori (per fecondarli) nelle realtà che evolvono, non avere paura dei cambiamenti sociali ma provare a comprenderli nella profondità della loro natura. La difficoltà più grande, per noi, consiste nel prendere atto che i cambiamenti della realtà non sono errori da condannare ma prospettive da condividere; in caso contrario, come purtroppo sta accadendo, le radicalizzazioni superficiali di ogni tipo (al di là della cultura e della religione) ci travolgeranno con una violenza che non potremo comprendere, una violenza banale, senza nemici, totalitaria.
Il tema è il mondo-che-è e il nostro approccio a esso deve tornare a essere realistico. Dobbiamo ripensare l'idea di decisione strategica alla luce di un fattore umano sempre più determinante nella sua incertezza, intangibilità, imprevedibilità. Detto questo, risulta chiaro che occorre, in primo luogo, ritrovare la dignità della mediazione, pensata e praticata come compromesso ma che, invece, è l'anima della convivenza umana e della democrazia - processo storico, oggi intesa come modello e addirittura esportata in maniera a-contestuale. In secondo luogo, è necessario ripensare radicalmente e strutturalmente l'architettura delle classi dirigenti;; sempre con riferimento alla democrazia, in particolare a quella rappresentativa, notiamo come l'erosione progressiva dei cosiddetti corpi intermedi (ad opera della "non cultura" tecnocratica e di poteri sempre più de-materializzati e auto-referenziali) non permetta ai popoli in democrazia di condividerne il senso (che solo così diventa con-senso) e di partecipare per l'esercizio non superficiale di una libertà come responsabilità.
Approccio complesso e globale, mediazione, partecipazione, libertà-responsabilità sono alcune delle parole-chiave necessarie per cercare di governare i processi storici nel terzo millennio. Dobbiamo sempre di più relativizzare le nostre certezze, contaminare i valori (per fecondarli) nelle realtà che evolvono, non avere paura dei cambiamenti sociali ma provare a comprenderli nella profondità della loro natura. La difficoltà più grande, per noi, consiste nel prendere atto che i cambiamenti della realtà non sono errori da condannare ma prospettive da condividere; in caso contrario, come purtroppo sta accadendo, le radicalizzazioni superficiali di ogni tipo (al di là della cultura e della religione) ci travolgeranno con una violenza che non potremo comprendere, una violenza banale, senza nemici, totalitaria.
Zattere senza direzione strategica (Marco Emanuele)
Le analisi sulle diseguaglianze, fenomeno certamente reale nel mondo di oggi, o sono soltanto tecnocratiche (di semplicistica misurazione quantitativa) o si collocano sul piano dell''antagonismo, della divisione netta del mondo fra buoni e cattivi, amici e nemici, padroni e schiavi. Entrambi questi approcci sono lineari e, nel mondo a-polare di oggi, non sono solo insufficienti ma dannosi.
Ciò che manca è una lettura progettuale della storia, e con progettuale si intende politica. Mancano visioni politiche che ci permettano di superare la tentazione dei radicalismi superficiali per entrare nella condivisione profonda di ciò che siamo (dalla pancia, alla ragione, all'anima), nel vivo della nostra naturale incertezza non governata che diventa, con tutta evidenza, insicurezza, disagio e de-generazione.
Le diseguaglianze crescenti sono lo specchio di un mondo abbandonato al laissez-faire lineare, nel quale la vita è solo esistenza, prosa e non poesia. Certo, il "circo mediatico" aumenta la percezione delle difficoltà e accresce un sentimento di paura che, ci viene detto, va ricondotto all'imminenza del presente; al di là dei media, certamente responsabili nel non indurre alla riflessione, le difficoltà e la paura sono dati che appartengono alla nostra condizione.
In un mondo dominato dall'intangibile, molto spesso ci manca il pane. Il paradosso è duro da accettare ma è realistico e quotidiano e lo viviamo nella nostra carne, "ridotti" come siamo a essere presunti cittadini in presunte democrazie, zattere senza direzione strategica, senza visione politica (nostra e delle classi dirigenti).
Ciò che manca è una lettura progettuale della storia, e con progettuale si intende politica. Mancano visioni politiche che ci permettano di superare la tentazione dei radicalismi superficiali per entrare nella condivisione profonda di ciò che siamo (dalla pancia, alla ragione, all'anima), nel vivo della nostra naturale incertezza non governata che diventa, con tutta evidenza, insicurezza, disagio e de-generazione.
Le diseguaglianze crescenti sono lo specchio di un mondo abbandonato al laissez-faire lineare, nel quale la vita è solo esistenza, prosa e non poesia. Certo, il "circo mediatico" aumenta la percezione delle difficoltà e accresce un sentimento di paura che, ci viene detto, va ricondotto all'imminenza del presente; al di là dei media, certamente responsabili nel non indurre alla riflessione, le difficoltà e la paura sono dati che appartengono alla nostra condizione.
In un mondo dominato dall'intangibile, molto spesso ci manca il pane. Il paradosso è duro da accettare ma è realistico e quotidiano e lo viviamo nella nostra carne, "ridotti" come siamo a essere presunti cittadini in presunte democrazie, zattere senza direzione strategica, senza visione politica (nostra e delle classi dirigenti).
domenica 10 luglio 2016
Innovazione nei processi storici vitali (Marco Emanuele)
Scrive Ricardo Franco Levi sul Corriere della Sera di oggi: " Ma com'è possibile che la produttività cresca poco o niente del tutto quando siamo nell'era delle grandi, strabilianti innovazioni che ci stanno attorno, che ogni giorno ciascuno di noi può letteralmente toccare con mano: Internet, telefoni cellulari, computer e tablet con potenze mai viste prima, televisioni via satellite, treni ad alta velocità ? Questo è il grande, grandissimo interrogativo a cui risponde Robert Gordon, professore di scienze sociali alla Northwestern University di Evanston nell'Illinois, in "The Rise and Fall of American Growth", salutato come il libro che promette di influenzare il dibattito economico - e, di riflesso, la politica - con la medesima forza del libro, "Il capitale nel XXI secolo", che un paio d'anni fa il francese Thomas Piketty dedicò al tema della disuguaglianza. (...) Sono le statistiche che non riescono a cogliere in pieno e a misurare l'impatto delle nuove tecnologie e il valore, anche in termini di maggior qualità, delle produzioni che queste permettono ? O c'è qualcosa di più ? Una possibile risposta viene dal guardare alla produttività non sulla scala delle singole imprese o dei singoli settori bensì in una scala più larga. La produttività globale di un'economia aumenta se i settori più innovativi riescono non solo a produrre in modo più efficiente ma a crescere, attirando verso di loro più risorse di lavoro e di capitale da altri settori meno produttivi. La crescita, dunque, tornerà se e quando aumenterà il numero di coloro che potranno spendere, consumare e acquistare le produzioni dei settori più innovativi. Con il che si ritorna al problema della disuguaglianza, a questo strettamente correlato, dell'istruzione. Gordon e Piketty non sono così distanti tra loro. "
Al di là del fatto puramente quantitativo, è importante ricondurre le ragioni della crescita complessiva dei "sistemi paese" e del mondo al rapporto necessario tra innovazione (e innovazioni) e processi storici vitali. C'è un tema culturale-strategico, per questo profondamente politico, che non possiamo più trascurare; certe innovazioni nel mondo a-polare (pur considerando che la cosiddetta globalizzazione ha contribuito a migliorare le condizioni di vita di milioni di persone) sembrano essere sempre più separate dai destini quotidiani dei popoli, come se i talenti dell'umano non fossero più finalizzati alla ri-creazione dell'umano stesso ma ad alimentare una tecnocrazia globalizzata che fonda la sua ragione d'essere sulle disuguaglianze non risolte e sull'individualismo competitivo, nel tentativo di continuare a dominare le masse per l'interesse di pochi. E' così che la sfida dell'innovazione è di smarcarsi dalla tecnocrazia e dalla sua "non cultura" per ritrovare il suo senso nei mondi-della-vita, migliorando la giustizia sociale (non più solo nazionale) e le condizioni per una libertà piena delle persone e dei popoli. A cominciare, direi, dalle possibilità per tutti di conoscere la verità dinamica della realtà, uscendo dall'inganno dei "big data" come strumenti certi di conoscenza.
Al di là del fatto puramente quantitativo, è importante ricondurre le ragioni della crescita complessiva dei "sistemi paese" e del mondo al rapporto necessario tra innovazione (e innovazioni) e processi storici vitali. C'è un tema culturale-strategico, per questo profondamente politico, che non possiamo più trascurare; certe innovazioni nel mondo a-polare (pur considerando che la cosiddetta globalizzazione ha contribuito a migliorare le condizioni di vita di milioni di persone) sembrano essere sempre più separate dai destini quotidiani dei popoli, come se i talenti dell'umano non fossero più finalizzati alla ri-creazione dell'umano stesso ma ad alimentare una tecnocrazia globalizzata che fonda la sua ragione d'essere sulle disuguaglianze non risolte e sull'individualismo competitivo, nel tentativo di continuare a dominare le masse per l'interesse di pochi. E' così che la sfida dell'innovazione è di smarcarsi dalla tecnocrazia e dalla sua "non cultura" per ritrovare il suo senso nei mondi-della-vita, migliorando la giustizia sociale (non più solo nazionale) e le condizioni per una libertà piena delle persone e dei popoli. A cominciare, direi, dalle possibilità per tutti di conoscere la verità dinamica della realtà, uscendo dall'inganno dei "big data" come strumenti certi di conoscenza.
Habermas, La mia accusa (Marco Emanuele)
Habermas (Corriere della Sera di oggi) sulla Brexit: " Non mi aspettavo che il populismo battesse il capitalismo nel suo Paese d'origine. Vista l'importanza essenziale del settore bancario per la Gran Bretagna e considerando il potere mediatico e la capacità di fare valere le proprie ragioni da parte della City di Londra, era improbabile che questioni di identità riuscissero ad avere la meglio su posizioni legate ad interessi. "
Sulla Merkel: "Non è segno di di realismo quando la leadership politica si abbandona al corso plumbeo della storia. (...) prima di rigettare un'alternativa mai tentata, si dovrebbe cercare di immaginare il nostro presente come il passato del presente di un futuro storiografo. "
Brexitt e influenza tedesca: "Il recupero di una presunta "normalità" nazionale ha portato al cambiamento di quella mentalità nel nostro Paese che si era formata in decenni di lotte e contrapposizioni nella vecchia Repubblica Federale. A ciò corrispondeva uno stile sempre più sicuro di sé e l'indirizzo "realistico" della politica della Repubblica berlinese con accenti sempre più risoluti verso l'esterno. Dal 2000 osserviamo come il governo tedesco svolge il suo ruolo di leader, ottenuto nel tempo in modo involontario, meno nell'interesse comune che non piuttosto in quello proprio. Persino un editoriale della Faz lamenta l'effetto controproducente della politica tedesca, "perché scambia la leadership europea sempre di più con la realizzazione delle proprie idee di ordine" (Faz del 29 giugno 2016). La Germania è un'egemone riluttante e al tempo stesso insensibile e incapace, che utilizza e contemporaneamente nega il disturbato equilibrio del potere europeo. Ciò fa nascere risentimenti in particolare nei paesi dell'Eurozona. Come devono sentirsi uno spagnolo, un portoghese o un greco che hanno perso il posto di lavoro in seguito alla politica di risparmio decisa dal Consiglio europeo ? Non può rivalersi sui membri del governo che hanno fatto passare questa politica a Bruxelles. Perché non può eleggerli o non eleggerli. Al posto di ciò poteva leggere durante la crisi della Grecia che questi stessi politici rifiutavano con sdegno la corresponsabilità per le conseguenze sociali disastrose che venivano accettate con simili programmi di risparmio. Finché non si abolisce questa costruzione sbagliata e antidemocratica, non ci si deve meravigliare della propaganda antieuropea. La democrazia in Europa non si ottiene se non dall'approfondimento della cooperazione europea. "
Intervengo su questo punto di Habermas per dire che l'Europa ha rappresentato una grande visione di "democrazia sovrannazionale". Siamo nel momento storico in cui chiamiamo "democratico" ciò che è "tecnocratico mascherato" e, dunque, viviamo conseguenze negative sulle nostre vite senza poter intervenire in alcun modo sulle cause che le generano, facendoci degenerare. Ci diciamo democratici ma siamo, in realtà, dei "democratici mancati". L'Europa deve ritrovarsi, anzitutto culturalmente, e può farlo soltanto ripensandosi come integrazione di complessità (al plurale); di quale cooperazione parliamo se abbiamo smarrito la "natura profonda" della costruzione europea ? Altresì, l'esperimento europeo di una "casa federale o confederale" (magari più limitata nel numero di stati) può essere un esempio per quella "regionalizzazione della globalizzazione" sempre più necessaria per il governo politico del mondo a-polare, delle sue sfide interrelate e delle sue minacce a-simmetriche.
Conclude Habermas: " i cittadini devono poter riconoscere, che vengono affrontati quei problemi sociali ed economici, che causano la incertezza, la paura di una retrocessione sociale e il sentimento della perdita di controllo. Stato sociale e democrazia costituiscono un contesto intrinseco che in una comunità monetaria non può più essere garantito dal singolo stato nazionale. "
Sulla Merkel: "Non è segno di di realismo quando la leadership politica si abbandona al corso plumbeo della storia. (...) prima di rigettare un'alternativa mai tentata, si dovrebbe cercare di immaginare il nostro presente come il passato del presente di un futuro storiografo. "
Brexitt e influenza tedesca: "Il recupero di una presunta "normalità" nazionale ha portato al cambiamento di quella mentalità nel nostro Paese che si era formata in decenni di lotte e contrapposizioni nella vecchia Repubblica Federale. A ciò corrispondeva uno stile sempre più sicuro di sé e l'indirizzo "realistico" della politica della Repubblica berlinese con accenti sempre più risoluti verso l'esterno. Dal 2000 osserviamo come il governo tedesco svolge il suo ruolo di leader, ottenuto nel tempo in modo involontario, meno nell'interesse comune che non piuttosto in quello proprio. Persino un editoriale della Faz lamenta l'effetto controproducente della politica tedesca, "perché scambia la leadership europea sempre di più con la realizzazione delle proprie idee di ordine" (Faz del 29 giugno 2016). La Germania è un'egemone riluttante e al tempo stesso insensibile e incapace, che utilizza e contemporaneamente nega il disturbato equilibrio del potere europeo. Ciò fa nascere risentimenti in particolare nei paesi dell'Eurozona. Come devono sentirsi uno spagnolo, un portoghese o un greco che hanno perso il posto di lavoro in seguito alla politica di risparmio decisa dal Consiglio europeo ? Non può rivalersi sui membri del governo che hanno fatto passare questa politica a Bruxelles. Perché non può eleggerli o non eleggerli. Al posto di ciò poteva leggere durante la crisi della Grecia che questi stessi politici rifiutavano con sdegno la corresponsabilità per le conseguenze sociali disastrose che venivano accettate con simili programmi di risparmio. Finché non si abolisce questa costruzione sbagliata e antidemocratica, non ci si deve meravigliare della propaganda antieuropea. La democrazia in Europa non si ottiene se non dall'approfondimento della cooperazione europea. "
Intervengo su questo punto di Habermas per dire che l'Europa ha rappresentato una grande visione di "democrazia sovrannazionale". Siamo nel momento storico in cui chiamiamo "democratico" ciò che è "tecnocratico mascherato" e, dunque, viviamo conseguenze negative sulle nostre vite senza poter intervenire in alcun modo sulle cause che le generano, facendoci degenerare. Ci diciamo democratici ma siamo, in realtà, dei "democratici mancati". L'Europa deve ritrovarsi, anzitutto culturalmente, e può farlo soltanto ripensandosi come integrazione di complessità (al plurale); di quale cooperazione parliamo se abbiamo smarrito la "natura profonda" della costruzione europea ? Altresì, l'esperimento europeo di una "casa federale o confederale" (magari più limitata nel numero di stati) può essere un esempio per quella "regionalizzazione della globalizzazione" sempre più necessaria per il governo politico del mondo a-polare, delle sue sfide interrelate e delle sue minacce a-simmetriche.
Conclude Habermas: " i cittadini devono poter riconoscere, che vengono affrontati quei problemi sociali ed economici, che causano la incertezza, la paura di una retrocessione sociale e il sentimento della perdita di controllo. Stato sociale e democrazia costituiscono un contesto intrinseco che in una comunità monetaria non può più essere garantito dal singolo stato nazionale. "
NATO e ordine globale (Marco Emanuele)
Pur nella convinzione che l' ordine globale nel mondo a-polare vada ripensato in termini strategici davvero innovativi (non solo in termini di sicurezza ed a cominciare dall'investimento culturale e operativo sulla "regionalizzazione della globalizzazione"), riprendo alcuni passaggi di Federico Rampini sulle conclusioni del vertice NATO di Varsavia: " Quello delle "tre sfide" è il messaggio della dichiarazione finale approvata ieri a Varsavia dai 28 paesi membri della NATO. Verso Putin c'è un mix di messaggi duri e concilianti. "Le azioni della Russia in Ucraina - sostiene l'Alleanza - sono un attentato all'ordine europeo fondato sulla legalità". Si precisa tuttavia che la Russia non rappresenta "una minaccia immediata" per la sicurezza della NATO. "Difesa forte, ricerca costruttiva del dialogo", è il doppio binario nei rapporti con Putin.. Sul fronte della difesa lo schieramento di quattro battaglioni e 4.000 uomini in Polonia orientale e nei paesi Baltici viene presentata come una novità storica, una decisione senza precedenti dalla guerra fredda. E' per lanciare a Mosca un segnale di compattezza dell'Occidente che il premier inglese (dimissionario) David Cameron ha annunciato che anticiperà al 18 luglio un voto del Parlamento di Londra sul rinnovamento del suo deterrente nucleare, a partire dai quattro sottomarini Trident. Un gesto che vuole placare le ansie e i timori di indebolimento dell'Alleanza dopo il Brexit. Per quanto riguarda la lotta allo Stato Islamico, anche su questo fronte sono emersi alcuni segnali. La NATO s'impegna nella formazione dell'esercito iracheno impegnato nel conflitto militare con l'Is. Inoltre dispiega gli aerei spia Awacs per la sorveglianza dello spazio aereo sopra Iraq e Siria. Ci sarà anche un sostegno della flotta militare sotto comando NATO alle operazioni delle marine europee impegnate nella lotta agli scafisti al largo della costa della Libia. "
Tra poesia della vita e prosa dell'esistenza (Marco Emanuele)
la Repubblica di oggi riprende una riflessione di Adam Gopnik pubblicata sul New Yorker: " Gli omicidi di Dallas sono l'ennesimo monito del fatto che le armi sono il fattore cruciale, non marginale, della piaga della violenza in America. (...) L'unica certezza che abbiamo, ogniqualvolta ci rammarichiamo e ci mettiamo a lutto per l'ultimo massacro, è che ce ne sarà un altro. Ci si sveglia alle tre di notte, si accende il notiziario, e ce n'è già un altro in corso. (...) Che poi questo episodio si sia verificato nel bel mezzo di una generica escalation della violenza in tutto il mondo occidentale, aggrava soltanto le cose: il problema della violenza armata in America resta il grande e terribile fenomeno anomalo e aberrante ".
E' solo un problema di possesso e di diffusione di armi ? La mia impressione è che dobbiamo tornare a essere realisti: le esigenze di difesa e di sicurezza continueranno a caratterizzare la nostra condizione umana ma il problema di oggi è diverso. Domina il "laisser faire" agli istinti primordiali, nel vuoto politico; quando si perde la capacità di mediazione, fondamento della democrazia, la convivenza diventa un' arena competitiva e, inevitabilmente, vincono gli interessi particolari più forti. Certo, il proliferare delle armi, così come il finanziamento da parte dei "buoni occidentali" (o dei loro alleati) alle reti terroristiche, non aiutano; ma ciò che abbiamo di fronte è il tentativo di cancellare la "poesia (politica) della vita" (complessità, profondità, integrazione) per imporre sempre di più la "prosa (tecnocratica) dell'esistenza" (linearità, superficialità, separazione).
La domanda vera è: di quale violenza stiamo parlando ? Credo che siamo di fronte a una violenza totalitaria, senza pensiero e senza nemici, una violenza "banale". Ed è la più pericolosa perché chiede un ripensamento dei nostri paradigmi (non solo morali), chiede la rifondazione della politica e la riappropriazione in noi della storia comune, chiede la necessità di un "progetto di civiltà".
Nel vuoto politico, coloro che chiamiamo "politici" non sono altro che strumenti di poteri "altri" e si limitano a parlare alla pancia delle masse, dimenticando la ragione (e le ragioni) dei popoli. In tale contesto, mentre siamo immersi nella "non cultura" tecnocratica, come possiamo declinare il problema della violenza e, aggiungerei, il tema del potere e della libertà e del loro rapporto ? Nel buio di questi anni, ai "responsabili" è chiesto di provare a riaccendere la luce della bellezza e della speranza.
E' solo un problema di possesso e di diffusione di armi ? La mia impressione è che dobbiamo tornare a essere realisti: le esigenze di difesa e di sicurezza continueranno a caratterizzare la nostra condizione umana ma il problema di oggi è diverso. Domina il "laisser faire" agli istinti primordiali, nel vuoto politico; quando si perde la capacità di mediazione, fondamento della democrazia, la convivenza diventa un' arena competitiva e, inevitabilmente, vincono gli interessi particolari più forti. Certo, il proliferare delle armi, così come il finanziamento da parte dei "buoni occidentali" (o dei loro alleati) alle reti terroristiche, non aiutano; ma ciò che abbiamo di fronte è il tentativo di cancellare la "poesia (politica) della vita" (complessità, profondità, integrazione) per imporre sempre di più la "prosa (tecnocratica) dell'esistenza" (linearità, superficialità, separazione).
La domanda vera è: di quale violenza stiamo parlando ? Credo che siamo di fronte a una violenza totalitaria, senza pensiero e senza nemici, una violenza "banale". Ed è la più pericolosa perché chiede un ripensamento dei nostri paradigmi (non solo morali), chiede la rifondazione della politica e la riappropriazione in noi della storia comune, chiede la necessità di un "progetto di civiltà".
Nel vuoto politico, coloro che chiamiamo "politici" non sono altro che strumenti di poteri "altri" e si limitano a parlare alla pancia delle masse, dimenticando la ragione (e le ragioni) dei popoli. In tale contesto, mentre siamo immersi nella "non cultura" tecnocratica, come possiamo declinare il problema della violenza e, aggiungerei, il tema del potere e della libertà e del loro rapporto ? Nel buio di questi anni, ai "responsabili" è chiesto di provare a riaccendere la luce della bellezza e della speranza.
sabato 9 luglio 2016
La "buona salute" dell'idea totalitaria (Marco Emanuele)
Scrive Scalfari su la Repubblica di oggi: "Come si può sintetizzare uno scenario così molteplice e che incide inevitabilmente sulla vita di ciascuno di noi ? Credo che il fattore determinante sia il predominio dell'interesse particolare di ogni individuo, di ogni famiglia, di ogni categoria sociale e professionale, di ogni lobby, di ogni civiltà. L'interesse particolare mette in contrasto la libertà e il potere."
Il titolo del suo editoriale è "Libertà e dittatura si combattono oggi nel mondo". E' un tema straordinariamente interessante, che vorrei ripensare in modo più radicale. Parlerei piuttosto, di idea totalitaria nel pensiero lineare che si combatte con visioni storiche di convivenza nel pensiero complesso. Troppi sono gli indizi che ci fanno prendere atto della "buona salute" dell'idea totalitaria:
- realtà come ISIS-Daesh;
- il prevalere degli interessi particolari sotto ogni forma (Scalfari docet), a cui aggiungerei il ritorno (almeno come "voglia") ai nazionalismi peggiori con il dominio dei "muri" (culturali e fisici);
- la personalizzazione esasperata della politica nella figura del leader e la conseguente degenerazione della democrazia rappresentativa (con la "cancellazione" progressiva dei corpi intermedi) e delle forme di partecipazione;
- le caratteristiche di una certa globalizzazione tecnocratica (intesa come "universale culturale" e che si "nutre" di altrettanti "universali culturali")
Tutto questo vive nella contraddizione più evidente: mentre da un lato siamo fortemente "sviluppati", dall'altro lato siamo immersi nel "laissez faire" agli istinti primordiali. Siamo "primitivi sviluppati" e, tra questi estremi, sta il grande assente; quel "progetto di civiltà" che, tranne Papa Francesco e pochi altri, nessuno immagina. Anzi, la parola "civiltà" ci appare come estranea, laddove privilegiamo ancora la "civilizzazione" nel dominio degli "universali culturali" (primi fra tutti, la democrazia e il mercato).
Il titolo del suo editoriale è "Libertà e dittatura si combattono oggi nel mondo". E' un tema straordinariamente interessante, che vorrei ripensare in modo più radicale. Parlerei piuttosto, di idea totalitaria nel pensiero lineare che si combatte con visioni storiche di convivenza nel pensiero complesso. Troppi sono gli indizi che ci fanno prendere atto della "buona salute" dell'idea totalitaria:
- realtà come ISIS-Daesh;
- il prevalere degli interessi particolari sotto ogni forma (Scalfari docet), a cui aggiungerei il ritorno (almeno come "voglia") ai nazionalismi peggiori con il dominio dei "muri" (culturali e fisici);
- la personalizzazione esasperata della politica nella figura del leader e la conseguente degenerazione della democrazia rappresentativa (con la "cancellazione" progressiva dei corpi intermedi) e delle forme di partecipazione;
- le caratteristiche di una certa globalizzazione tecnocratica (intesa come "universale culturale" e che si "nutre" di altrettanti "universali culturali")
Tutto questo vive nella contraddizione più evidente: mentre da un lato siamo fortemente "sviluppati", dall'altro lato siamo immersi nel "laissez faire" agli istinti primordiali. Siamo "primitivi sviluppati" e, tra questi estremi, sta il grande assente; quel "progetto di civiltà" che, tranne Papa Francesco e pochi altri, nessuno immagina. Anzi, la parola "civiltà" ci appare come estranea, laddove privilegiamo ancora la "civilizzazione" nel dominio degli "universali culturali" (primi fra tutti, la democrazia e il mercato).
martedì 5 luglio 2016
L'approccio alla complessità (Edgar Morin)
La sfida della complessità, Feltrinelli 1985: (...) non ci si può accostare alla complessità attraverso una definizione preliminare. Dobbiamo invece seguire percorsi differenti, tanto differenti che ci si può chiedere se invece di una complessità non vi siano delle complessità. (Edgar Morin)
La complessità si presenta (Edgar Morin)
La sfida della complessità, Feltrinelli 1985: (...) la complessità si presenta come difficoltà e come incertezza , non come chiarezza e come risposta. Il problema è di sapere se sia possibile rispondere alla sfida dell'incertezza e della difficoltà. Per lungo tempo molti hanno creduto - e molti forse credono ancor oggi - che la carenza delle scienze umane e sociali stesse nella loro incapacità di liberarsi dall'apparente complessità dei fenomeni umani, per elevarsi alla dignità delle scienze naturali, scienze che stabilivano leggi semplici, principi semplici, e facevano regnare l'ordine del determinismo. (...) (Edgar Morin)
Dio non c'entra con le nostre miserie (Marco Emanuele)
Diciamolo. Dio non c'entra con le nostre miserie. Cosa c'è di Dio nel fatto che alcuni uomini decidano se altri uomini devono vivere o morire a seconda che conoscano, o meno, alcuni versetti di un libro sacro ? Nulla, c'è solo la responsabilità umana di chi pratica una violenza totalitaria.
Detto questo, è venuto il tempo di entrare nel profondo della parola "religione". Essa, infatti, riguarda sia il senso religioso della vita che l'appartenenza a una religione intesa in senso "istituzionale", di chiesa-organizzazione. Il senso religioso ci riguarda tutti in quanto "persone-mistero", uniche e irripetibili (cosa c'è di più storicamente trascendente dell'amare l'altro come "altro di noi" ?); l'appartenenza religiosa, invece, è un fatto di ciascuno che decide o meno (in libertà) di aderire a una chiesa.
Mi definisco credente e penso che sia troppo facile strumentalizzare il dato religioso a fini di violenza. Significa dire che Dio decide per noi, che noi siamo solo ingranaggi della storia. In questo c'è la banalità dell'esistenza, la sua prosa lineare; ma noi siamo per la poesia della vita, complessa e incerta.
Detto questo, è venuto il tempo di entrare nel profondo della parola "religione". Essa, infatti, riguarda sia il senso religioso della vita che l'appartenenza a una religione intesa in senso "istituzionale", di chiesa-organizzazione. Il senso religioso ci riguarda tutti in quanto "persone-mistero", uniche e irripetibili (cosa c'è di più storicamente trascendente dell'amare l'altro come "altro di noi" ?); l'appartenenza religiosa, invece, è un fatto di ciascuno che decide o meno (in libertà) di aderire a una chiesa.
Mi definisco credente e penso che sia troppo facile strumentalizzare il dato religioso a fini di violenza. Significa dire che Dio decide per noi, che noi siamo solo ingranaggi della storia. In questo c'è la banalità dell'esistenza, la sua prosa lineare; ma noi siamo per la poesia della vita, complessa e incerta.
Intellettuali e realtà (Marco Emanuele)
Si cercano consiglieri della verità, intellettuali che comprendano il loro ruolo profondo e che non si limitino ad esercitare il ruolo istituzionale di consiglieri del principe di turno.
La crisi degli intellettuali è un dato evidente nella realtà di oggi. E' la crisi di chi non comprende più la realtà, complice della separazione fra conoscenza e processi vitali; gli intellettuali di oggi, senza generalizzare, sono in buona parte testimoni d'irrealtà, giocolieri speculativi, confezionatori di sogni, dispensatori di certezze. Sono quelli del "va tutto bene", dell'ottimismo globalizzato, della difesa incondizionata dei valori in quanto tali; ma il senso della conoscenza è nella sua contaminazione nei mondi-della-vita, capace di generare visioni di convivenza in un mondo nel quale l'immateriale e l'imprevedibile sembrano prevalere sul materiale e sul prevedibile.
Lineari, i cosiddetti intellettuali non vogliono dispiacere al loro capo, magari parlando di quella vita che, lungi dall'essere un meccanismo perfetto, ci ritroviamo degenerata e ingovernabile. Così facendo, anche il capo, il principe, si ritrova nudo e, nella presunzione di essere invincibile, sostanzialmente impotente.
La crisi degli intellettuali è un dato evidente nella realtà di oggi. E' la crisi di chi non comprende più la realtà, complice della separazione fra conoscenza e processi vitali; gli intellettuali di oggi, senza generalizzare, sono in buona parte testimoni d'irrealtà, giocolieri speculativi, confezionatori di sogni, dispensatori di certezze. Sono quelli del "va tutto bene", dell'ottimismo globalizzato, della difesa incondizionata dei valori in quanto tali; ma il senso della conoscenza è nella sua contaminazione nei mondi-della-vita, capace di generare visioni di convivenza in un mondo nel quale l'immateriale e l'imprevedibile sembrano prevalere sul materiale e sul prevedibile.
Lineari, i cosiddetti intellettuali non vogliono dispiacere al loro capo, magari parlando di quella vita che, lungi dall'essere un meccanismo perfetto, ci ritroviamo degenerata e ingovernabile. Così facendo, anche il capo, il principe, si ritrova nudo e, nella presunzione di essere invincibile, sostanzialmente impotente.
lunedì 4 luglio 2016
E' il tempo delle domande profonde (Marco Emanuele)
E' il tempo delle domande profonde.
La convivenza non sembra più "nutrirsi" di visioni ma solo di sogni di perfezione e di certezze. Possiamo convivere se ciascuno di noi si sente certo di essere e certo di essere la verità ? Prima ancora: viviamo, siamo liberi, nella assoluta certezza di noi e del noi come verità ?
Ciò a cui assistiamo, nel mondo interconnesso, è il progressivo "arroccamento" di ciascuno di noi in un "io chiuso", fortezza che vorrebbe custodire e difendere la nostra bellezza, i nostri talenti, le nostre possibilità dalle contaminazioni dell'altro e della realtà "cattiva"; insomma, siamo vittime della nostra naturale incertezza che, non compresa, ritorna a noi come insicurezza, disagio, precarietà. Il paradosso pericoloso è che la incertezza è in realtà una ricchezza, è ciò che ci permette di essere "pienamente", di ricercare la vita nella nostra perfettibilità. Eppure noi, impauriti, confondiamo l'incertezza con l'insicurezza, confondendo ciò che siamo nel profondo con la nostra de-generazione.
Ci fa paura ciò che ancora non conosciamo, e questo è normale; il tema è, anzitutto, che ci fa paura la complessità di ciò che siamo e, per questo, preferiamo la superficialità alla profondità, certi di non incontrare le "zone oscure" che ci appartengono.
Ci arrocchiamo in noi stessi, dicevo, ci nascondiamo da noi stessi e, così facendo, lasciamo prevalere il nostro essere competitivi e ci lasciamo vincere nella lotta cieca per una supremazia "banale" che non considera il valore strategico di ciò che è differente ma che ci dà l'illusione di un possibile mondo perfetto con l'io di ciascuno di noi, non problematizzato e non vissuto, al centro.
E' il tempo delle domande profonde su ciò che siamo e su ciò che stiamo diventando.
La convivenza non sembra più "nutrirsi" di visioni ma solo di sogni di perfezione e di certezze. Possiamo convivere se ciascuno di noi si sente certo di essere e certo di essere la verità ? Prima ancora: viviamo, siamo liberi, nella assoluta certezza di noi e del noi come verità ?
Ciò a cui assistiamo, nel mondo interconnesso, è il progressivo "arroccamento" di ciascuno di noi in un "io chiuso", fortezza che vorrebbe custodire e difendere la nostra bellezza, i nostri talenti, le nostre possibilità dalle contaminazioni dell'altro e della realtà "cattiva"; insomma, siamo vittime della nostra naturale incertezza che, non compresa, ritorna a noi come insicurezza, disagio, precarietà. Il paradosso pericoloso è che la incertezza è in realtà una ricchezza, è ciò che ci permette di essere "pienamente", di ricercare la vita nella nostra perfettibilità. Eppure noi, impauriti, confondiamo l'incertezza con l'insicurezza, confondendo ciò che siamo nel profondo con la nostra de-generazione.
Ci fa paura ciò che ancora non conosciamo, e questo è normale; il tema è, anzitutto, che ci fa paura la complessità di ciò che siamo e, per questo, preferiamo la superficialità alla profondità, certi di non incontrare le "zone oscure" che ci appartengono.
Ci arrocchiamo in noi stessi, dicevo, ci nascondiamo da noi stessi e, così facendo, lasciamo prevalere il nostro essere competitivi e ci lasciamo vincere nella lotta cieca per una supremazia "banale" che non considera il valore strategico di ciò che è differente ma che ci dà l'illusione di un possibile mondo perfetto con l'io di ciascuno di noi, non problematizzato e non vissuto, al centro.
E' il tempo delle domande profonde su ciò che siamo e su ciò che stiamo diventando.
Benvenuti nel mondo-che-siamo (Marco Emanuele)
Nel mondo mediatico e immediato privilegiamo la superficialità nell'eterno presente. Abbiamo paura di andare nel profondo della nostra condizione umana perché, se lo facessimo, scopriremmo di essere ancora "prigionieri" dell'idea totalitaria, negatrice delle nostre naturali incertezze in nome di una presunta, e irreale, perfezione.
Che senso ha questo blog ? Forse nessuno, non saprei cosa augurarmi. In un momento storico nel quale prevale l'ansia da certezza e da risposte, mi accontento di insistere sulla incertezza di noi, semplicemente per condividere l'attenzione sul fatto che tale nostra incertezza è ricchezza e che la sua mancata considerazione genera insicurezza e disagio, come accade. Totalizziamo a tal punto la certezza che ci ritroviamo incapaci di umanità, superficialmente e banalmente disumani.
Perché "La Domenica" ? Perché quello è il giorno nel quale ci sentiamo più liberi dalla necessità, nel quale ci sembra di respirare un'aria di libertà che ci permette di vivere e che non ci limita semplicisticamente ad esistere.
Benvenuti !
Che senso ha questo blog ? Forse nessuno, non saprei cosa augurarmi. In un momento storico nel quale prevale l'ansia da certezza e da risposte, mi accontento di insistere sulla incertezza di noi, semplicemente per condividere l'attenzione sul fatto che tale nostra incertezza è ricchezza e che la sua mancata considerazione genera insicurezza e disagio, come accade. Totalizziamo a tal punto la certezza che ci ritroviamo incapaci di umanità, superficialmente e banalmente disumani.
Perché "La Domenica" ? Perché quello è il giorno nel quale ci sentiamo più liberi dalla necessità, nel quale ci sembra di respirare un'aria di libertà che ci permette di vivere e che non ci limita semplicisticamente ad esistere.
Benvenuti !
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