Cominciamo dalla parola mediazione.
L'importanza della mediazione parte dalla inevitabilità delle differenze che compongono il mosaico dell'umanità e che generano rapporti di forza e continue esigenze di comprensione, di composizione e di ricomposizione. Le differenze, e i rapporti di forza da esse generati, laddove non compresi e non governati, tendono a radicalizzarsi e a imporsi in una competizione esasperata, attraverso compromessi che stabiliscono, banalmente, chi deve vincere e chi deve soccombere. Eppure le differenze costituiscono l'evidenza della complessità della vita che non è solo in ciò che vediamo ma che è nella globalità dinamica di ciò che siamo.
Il compromesso si pone come l'atto finale del processo competitivo e non ha bisogno di politica perché risponde alla superficiale e semplicistica linearità dell'uno contro l'altro nella logica solo tattica e lineare dell'amico-nemico. Il compromesso risponde alla peggiore "non cultura del risultato", ne rappresenta la degenerazione, e chiama ciascuno di noi a "sacrificare" la complessità di ciò che è in ragione di una volontà di dominio dettata sia dal prevalere degli istinti primordiali che dalla cultura della necessità. Il compromesso fine a sé stesso non prevede visione ma si realizza nella imminenza del dover essere competitivo.
Compromesso, linearità, competizione appartengono costitutivamente al nostro essere "esseri umani" e, dunque, non sono eliminabili dalla nostra realtà personale. Ciò che occorre, invece, è ritrovare la complessità del noi come "persone umane", al contempo superficiali e profonde, materiali e immateriali, prevedibili e misteriose, reali e irreali. Mentre l' essere umano è soggetto "di sé" e "al sé", la persona umana è "soggetto storico".
Non sfugga la differenza: l' essere umano è a-politico, lineare, rassegnato alle esigenze della necessità, irresponsabile e in-differente mentre la persona umana è politica, complessa, aperta all'universo di libertà, creativa, responsabile e consapevole delle differenze.
Nella persona umana la volontà di competizione e di dominio è mediata dalla volontà di cooperazione; in tal senso, possiamo dire che il principio di mediazione nasce in noi, permettendoci di diventare liberi, e si sviluppa nella storia comune come possibilità di renderla sempre più libera e giusta.
La persona umana è, al contempo, cooperativa e competitiva, capace di relativizzare (senza sacrificare) le proprie esigenze di auto-determinazione e di auto-realizzazione in funzione del bene comune.
Nel mondo a-polare sembra mancare la voglia di condivisione strategica che, invece, è fondamentale per poter convivere. Tale condivisione non può che nascere dalla mediazione nelle profondità dei mondi-della-vita. E' in questo ambito di condivisione della e nella convivenza che possiamo ritornare a parlare di politica, restituendo all'attività umana più nobile il suo senso, la sua dignità, la sua nobiltà. La mediazione, in politica, è il primo passo verso la liberazione del progetto umano nel creato.
La mediazione è determinante per evitare che la necessità si radicalizzi nell'imminenza dell'eterno presente; infatti, la necessità non mediata e senza un orizzonte di liberazione personale e comune è una galera di non senso, di irrealtà come negazione del mondo-della-vita. La necessità radicalizzata è sotto i nostri occhi, ogni giorno.
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