Scrive Ricardo Franco Levi sul Corriere della Sera di oggi: " Ma com'è possibile che la produttività cresca poco o niente del tutto quando siamo nell'era delle grandi, strabilianti innovazioni che ci stanno attorno, che ogni giorno ciascuno di noi può letteralmente toccare con mano: Internet, telefoni cellulari, computer e tablet con potenze mai viste prima, televisioni via satellite, treni ad alta velocità ? Questo è il grande, grandissimo interrogativo a cui risponde Robert Gordon, professore di scienze sociali alla Northwestern University di Evanston nell'Illinois, in "The Rise and Fall of American Growth", salutato come il libro che promette di influenzare il dibattito economico - e, di riflesso, la politica - con la medesima forza del libro, "Il capitale nel XXI secolo", che un paio d'anni fa il francese Thomas Piketty dedicò al tema della disuguaglianza. (...) Sono le statistiche che non riescono a cogliere in pieno e a misurare l'impatto delle nuove tecnologie e il valore, anche in termini di maggior qualità, delle produzioni che queste permettono ? O c'è qualcosa di più ? Una possibile risposta viene dal guardare alla produttività non sulla scala delle singole imprese o dei singoli settori bensì in una scala più larga. La produttività globale di un'economia aumenta se i settori più innovativi riescono non solo a produrre in modo più efficiente ma a crescere, attirando verso di loro più risorse di lavoro e di capitale da altri settori meno produttivi. La crescita, dunque, tornerà se e quando aumenterà il numero di coloro che potranno spendere, consumare e acquistare le produzioni dei settori più innovativi. Con il che si ritorna al problema della disuguaglianza, a questo strettamente correlato, dell'istruzione. Gordon e Piketty non sono così distanti tra loro. "
Al di là del fatto puramente quantitativo, è importante ricondurre le ragioni della crescita complessiva dei "sistemi paese" e del mondo al rapporto necessario tra innovazione (e innovazioni) e processi storici vitali. C'è un tema culturale-strategico, per questo profondamente politico, che non possiamo più trascurare; certe innovazioni nel mondo a-polare (pur considerando che la cosiddetta globalizzazione ha contribuito a migliorare le condizioni di vita di milioni di persone) sembrano essere sempre più separate dai destini quotidiani dei popoli, come se i talenti dell'umano non fossero più finalizzati alla ri-creazione dell'umano stesso ma ad alimentare una tecnocrazia globalizzata che fonda la sua ragione d'essere sulle disuguaglianze non risolte e sull'individualismo competitivo, nel tentativo di continuare a dominare le masse per l'interesse di pochi. E' così che la sfida dell'innovazione è di smarcarsi dalla tecnocrazia e dalla sua "non cultura" per ritrovare il suo senso nei mondi-della-vita, migliorando la giustizia sociale (non più solo nazionale) e le condizioni per una libertà piena delle persone e dei popoli. A cominciare, direi, dalle possibilità per tutti di conoscere la verità dinamica della realtà, uscendo dall'inganno dei "big data" come strumenti certi di conoscenza.
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