la Repubblica di oggi riprende una riflessione di Adam Gopnik pubblicata sul New Yorker: " Gli omicidi di Dallas sono l'ennesimo monito del fatto che le armi sono il fattore cruciale, non marginale, della piaga della violenza in America. (...) L'unica certezza che abbiamo, ogniqualvolta ci rammarichiamo e ci mettiamo a lutto per l'ultimo massacro, è che ce ne sarà un altro. Ci si sveglia alle tre di notte, si accende il notiziario, e ce n'è già un altro in corso. (...) Che poi questo episodio si sia verificato nel bel mezzo di una generica escalation della violenza in tutto il mondo occidentale, aggrava soltanto le cose: il problema della violenza armata in America resta il grande e terribile fenomeno anomalo e aberrante ".
E' solo un problema di possesso e di diffusione di armi ? La mia impressione è che dobbiamo tornare a essere realisti: le esigenze di difesa e di sicurezza continueranno a caratterizzare la nostra condizione umana ma il problema di oggi è diverso. Domina il "laisser faire" agli istinti primordiali, nel vuoto politico; quando si perde la capacità di mediazione, fondamento della democrazia, la convivenza diventa un' arena competitiva e, inevitabilmente, vincono gli interessi particolari più forti. Certo, il proliferare delle armi, così come il finanziamento da parte dei "buoni occidentali" (o dei loro alleati) alle reti terroristiche, non aiutano; ma ciò che abbiamo di fronte è il tentativo di cancellare la "poesia (politica) della vita" (complessità, profondità, integrazione) per imporre sempre di più la "prosa (tecnocratica) dell'esistenza" (linearità, superficialità, separazione).
La domanda vera è: di quale violenza stiamo parlando ? Credo che siamo di fronte a una violenza totalitaria, senza pensiero e senza nemici, una violenza "banale". Ed è la più pericolosa perché chiede un ripensamento dei nostri paradigmi (non solo morali), chiede la rifondazione della politica e la riappropriazione in noi della storia comune, chiede la necessità di un "progetto di civiltà".
Nel vuoto politico, coloro che chiamiamo "politici" non sono altro che strumenti di poteri "altri" e si limitano a parlare alla pancia delle masse, dimenticando la ragione (e le ragioni) dei popoli. In tale contesto, mentre siamo immersi nella "non cultura" tecnocratica, come possiamo declinare il problema della violenza e, aggiungerei, il tema del potere e della libertà e del loro rapporto ? Nel buio di questi anni, ai "responsabili" è chiesto di provare a riaccendere la luce della bellezza e della speranza.
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