Non è più il tempo dei valori soltanto declamati e dogmatizzati. E' il tempo, invece, dei valori contaminati e fecondati, immersi nelle complessità dei mondi-della-vita.
Utilizziamo i valori come certezze (e talvolta come armi), spiegando ai "barbari" un bene puro che nulla ha a che fare con il bene realistico, con la verità dinamica della realtà. Sia chiaro: il male e la violenza sono inaccettabili e da condannare sempre. A ben guardare, però, condannare non è più sufficiente, senza cercare di comprendere.
Siamo ancora immersi nel '900 peggiore e l'evidenza è nella violenza banale (che non si spiega con l'aggettivo brutale), senza nemici, totalitaria, di chi pensa che l'altro deve morire in ragione del suo essere differente da noi; siamo in-differenti perché non consideriamo e non valorizziamo le differenze che sono la ricchezza della condizione umana nel creato. In tale violenza, totalmente umana, Dio non c'entra ma, semmai, viene chiamato in causa attraverso la colpevole strumentalizzazione del dato di appartenenza religiosa.
Siamo immersi nella minaccia totalitaria e a-simmetrica, prigionieri del nostro pensiero lineare e separante che, oltre a non aiutarci a conoscere per comprendere la realtà, esaspera gli animi, aumenta le diseguaglianze e vorrebbe fare del mondo un perenne laboratorio im-mediato (nel senso di non mediato) di "esistenti" auto-referenziali, di esseri umani irresponsabili e in-differenti.
La prospettiva che abbiamo di fronte chiede un radicale cambio di passo, prima di tutto culturale. Dobbiamo liberarci, ritornando a mediare, ri-aggregando punti di vista differenti, nella transdisciplinarietà necessaria, nell'urgenza di condividere la profondità e la complessità dei processi storici vitali.
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