Nella esasperazione della competizione, assente la cooperazione strategica e dominante il vuoto politico, hanno buon gioco gli istinti primordiali. La rappresentanza democratica, nel mondo a-polare, sembra passare dalla pancia dei sudditi piuttosto che dalla ragione dei cittadini; e questo fa delle nostre democrazie degli strumenti sempre più precari. In tale contesto, c'è qualcuno che pensa di spingere sull'acceleratore della democrazia diretta, dimenticando che essa prevede un alto livello di consapevolezza dei problemi storici (che non c'è) e strumentalizzandola per piccoli calcoli partitici (si veda l'esempio del referendum sulla Brexit).
Porre le ragioni della storia sul piano degli istinti è un atto di miseria. E' la fine della mediazione e la legittimazione del compromesso perenne, è la resa alla superficialità e alla separazione. Ci troviamo nella fase storica delle degenerazione del pensiero occidentale che, se ha fatto grande il mondo, oggi rischia di portarlo alla fine.
Non basta più richiamarci ai valori perché i valori soltanto declamati sono valori negati. Tutte le parole che appartengono al nostro "vocabolario positivo", libertà e giustizia prime fra tutte, rischiano di svuotarsi di senso e di dignità se non vengono calate nelle complessità (naturalmente contraddittorie) dei mondi-della-vita.
Il tema è molto serio. Dobbiamo passare dall' "ansia di civilizzazione" a un "progetto di civiltà" che, guardando all'umanità, si ritrovi nelle infinite differenze che compongono il mosaico umano nel creato. Nel "progetto di civiltà", non negando gli istinti che ci appartengono, dobbiamo ritrovare la mediazione dei rapporti di forza e la liberazione di ogni progetto umano nel progetto storico dell'intera e unica umanità: in una parola, abbiamo un grande bisogno di "politica complessa".
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