Laddove la politica si specchia nel suo vuoto, come nel nostro mondo a-polare, è inevitabile che cresca il disagio della disperazione. Manca un pensiero visionario e complesso, manca un "progetto di civiltà".
Le nostre frontiere, irrealistiche rispetto al senso globale della storia ma molto realistiche come barriere culturali e fisiche di separazione, diventano i "non luoghi" della violenza, del rigetto, della in-differenza. Lungo le frontiere si cancella il dialogo come prospettiva strategica e si incarna la inevitabilità dello scontro in una violenza banale.
Invece che di frontiere dovremmo parlare di transizioni e di luoghi di transizione, dove passa e si ri-crea il progetto storico della umanità in cammino. E proprio le transizioni sono i luoghi naturali dei mondi-della-vita che evolvono, dove si forma la nostra identità meticcia, dinamica, dialogante. Parto da qui per descrivere l'anima del "progetto di civiltà", la relatività di ogni "io" che si fa "noi", che si ritrova profondamente soltanto nell' "uscita dal sé" come condizione per vincere l'individualismo esasperato ed esasperante che crea soltanto esclusione e degenerazione.
Le transizioni non sono governabili secondo la logica verticistica e dominante che conosciamo ma hanno bisogno di essere comprese e vissute, La sfida che abbiamo di fronte è di ritrovarci "transitori" noi stessi, di vivere nell'oltre, di condividere un "progetto di civiltà" la cui natura è "differentemente globale" in ogni persona umana.
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